Essere come il bamboo
Ti è mai capitato, in una lunga meditazione o tenendo a lungo una posizione, di sentire il corpo espandersi, i colori farsi più vividi, la mente svuotarsi? Nel qi gong lo chiamano entrare nello “stato del qi gong”: uno stato meditativo, quasi di trascendenza, in cui il corpo — saldamente radicato alla terra e proteso verso il cielo — sembra dilatarsi nella propria esperienza. A volte una coltre di nebbia scende tutt’intorno, e al centro del nostro sguardo affiora solo ciò che ci sta davanti, o persino ciò che apparentemente non c’è.
Il qi gong, del resto, non è semplice ginnastica: è una delle branche della medicina tradizionale cinese — insieme ad agopuntura, tuina, dietetica e fitoterapia — e, come tutto ciò che viene da quella cultura, abbraccia insieme corpo, mente, emozioni e spirito.
Fu parlando proprio di questo stato che la mia Maestra mi parlò per la prima volta del bamboo: perché la sua simbologia lo racconta alla perfezione, e con esso racconta lo stato che tutti potremmo — e per il nostro benessere dovremmo — raggiungere attraverso la pratica.
LA FORZA: UN CONNUBIO DI STRUTTURA E FLESSIBILITÀ
Una delle illustri citazioni sul bamboo più recenti, e forse anche più eccitanti visto il personaggio, è quella di Bruce Lee, che nel suo Tao of Jeet Kune Do (1975) scrive: «l’albero più rigido è quello che si spezza più facilmente, mentre il bambù o il salice sopravvivono piegandosi al vento». Ma troviamo riferimenti ben più antichi: già nel Settecento il poeta e pittore cinese Zheng Banqiao, in una poesia intitolata Bambù e roccia, descrive il bambù che “morde” la montagna senza mollare la presa, con le radici piantate nella roccia spezzata, e che dopo mille sfregamenti e diecimila colpi resta saldo, incurante dei venti che soffiano da ogni direzione.
Il bamboo, in effetti, ci dimostra che la vera forza non risiede nella rigidità e nella contrazione, ma nella capacità di flettersi senza spezzarsi. E seppur nella pratica esistono materiali ben più resistenti, anche in natura, come la roccia o il diamante, nulla può simboleggiare lo stato dell’essere umano, che può trovare la sua felicità e il suo benessere solo ambendo allo stato del bamboo — che è vita che si muove — piuttosto che a quello della roccia, che, nolenti o dolenti, raggiungeremo tutti prima o poi, morendo.
LA CONNESSIONE TRA CIELO E TERRA
La canna di bamboo ha una struttura straordinaria. Le sue radici non scendono in profondità: si allargano invece appena sotto la superficie in una rete fittissima e interconnessa, nella quale i fusti di un intero bambuseto restano collegati tra loro sottoterra, come fossero un solo organismo. È da questa trama condivisa, e non da un singolo fittone che affonda, che il bamboo trae la sua tenuta: ogni canna è sorretta da tutte le altre. Ed è proprio questa rete di radici, insieme alla capacità di crescere in fretta e di prosperare dove altre piante non sopravviverebbero, a renderlo prezioso per risanare i terreni: trattiene e ricompatta i suoli degradati contro l’erosione, e da quelli contaminati assorbe i metalli pesanti accumulandoli nei propri tessuti, sottraendoli poco a poco alla terra e restituendo vitalità a un ambiente ferito.
Questo suo grande radicamento si contrappone a una spinta innata, a un richiamo viscerale verso il cielo: pensate che può raggiungere i 30 metri di altezza, e nelle specie giganti perfino oltre i 40.
Vi viene in mente un simbolismo più potente per raccontare la continua aspirazione dell’uomo?
Anche noi, come il bamboo, tanto più vogliamo ergerci verso il cielo, tanto più dobbiamo affondare le nostre radici nella terra, se non vogliamo perderci. Dall’altra parte, se troppo consideriamo le radici (la materia) e non ci curiamo del cielo (lo spirito), da qualche parte sentiremo un senso di vuoto, alle volte un malessere vero e proprio.
IL VUOTO CHE È ATTRAVERSATO DAL TUTTO
Il “cuore vuoto” del bamboo trova riferimenti molto antichi: già nella Cina dei Tang, oltre mille anni fa, il poeta Bai Juyi nel suo Sul coltivare il bambù leggeva nel fusto cavo un vero insegnamento sulla condotta dell’uomo; e non è un caso che la lingua cinese chiami quella cavità xūxīn, “cuore vuoto”, una parola che significa insieme umiltà e apertura di mente. Ancora più a monte, è il taoismo a fare del vuoto un valore: già il Daodejing ricordava che è proprio lo spazio vuoto a rendere utile un vaso o una stanza.
La capacità di vivere in presenza, di non opporre resistenza a ciò che arriva ma neanche di trattenerlo più del tempo in cui rimane spontaneamente: essere il vuoto attraversato dal tutto. Se solo riuscissimo a vivere così: quanta sofferenza ci risparmieremmo e quanta gioia riusciremmo a vivere pienamente e senza attaccamento!
In medicina cinese, ad esempio, il cuore è come una coppa che si riempie e si svuota. La capacità del cuore è quella di sapersi riempire e di contenere gioie e dolori, ma anche quella di sapersi svuotare nei giusti tempi. Quando un’emozione — è più facile che accada con un dolore, come un lutto — non lascia il cuore nei tempi che le sarebbero propri e vi ristagna, in medicina cinese parliamo di uno squilibrio del cuore su cui è possibile lavorare.
DALLA METAFORA ALLA MATERIA: IL SILICIO DEL BAMBOO
E qui succede una cosa che, da erboristi, non smette di affascinarci: tutto ciò che il bamboo racconta sul piano simbolico è scritto anche nella sua materia. Quella forza flessibile di cui abbiamo parlato — dura eppure elastica — il bamboo la deve a un minerale preciso, il silicio, di cui i suoi tessuti sono così impregnati che alcune specie, come il Madake giapponese, si sono guadagnate il soprannome di “acciaio vegetale”.
Ed è lo stesso silicio che il nostro corpo impiega per gli stessi scopi: è il minerale della struttura che non irrigidisce. Sostiene le ossa e i denti, ma tiene insieme anche i tendini, le cartilagini e i tessuti connettivi — tutto ciò che deve essere robusto e flessibile allo stesso tempo, esattamente come una canna di bamboo. Partecipa alla sintesi del collagene, e per questo la tradizione erboristica lo lega da sempre all’elasticità della pelle, alla salute dei capelli e alla tenuta delle unghie.
Non stupisce, allora, che la medicina ayurvedica ricavi dal midollo di alcune specie il Tabashir, un estratto ricchissimo di silice organica biodisponibile, usato da secoli come sostegno remineralizzante; o che gli usi più quotidiani seguano la stessa logica, dall’infuso delle foglie — il tè di bamboo, a cui si attribuiscono proprietà antiossidanti e remineralizzanti — fino ai germogli, piccolo superfood ricco di silicio, potassio, fibre e vitamine del gruppo B.
Insomma, la pianta che ci insegna a essere forti perché flessibili è, alla lettera, fatta della stessa sostanza di cui abbiamo bisogno per restare forti e flessibili anche noi. Ed è forse questo il modo più bello per augurarci un buon inizio: imparare dal bamboo a stare radicati senza irrigidirci, e a lasciarci attraversare da tutto ciò che l’anno che comincia vorrà portarci.