Erboristeria, Ricette

Prima delle capsule: come si preparavano i rimedi nelle antiche spezierie romane

Oggi siamo abituati a pensare alla fitoterapia come a qualcosa che sta dentro una capsula, una compressa o un flaconcino perfettamente dosato. Ma se potessimo entrare in una spezieria romana di tre o quattro secoli fa troveremmo un mondo completamente diverso, fatto di elettuari, sciroppi, giulebbi, rob, trochisci, unguenti, oli e vini medicati. Parole che oggi quasi nessuno conosce più, e che per secoli sono state il lavoro quotidiano di chi trasformava le piante in medicamenti.

Per immaginare questo mondo non serve andare lontano. Qui a Roma ne restano ancora tracce straordinarie, e vale la pena andarle a cercare.

Duemila anni fa, sulla Velia

La storia delle sostanze medicinali a Roma comincia molto prima delle farmacie. Sulle pendici della Velia, nell’area che oggi fa parte del Parco archeologico del Colosseo, Domiziano fece costruire gli Horrea Piperataria, i magazzini delle spezie che arrivavano dall’Egitto e dall’Arabia. Gli scavi degli ultimi anni hanno confermato che quelle spezie preziose servivano prima di tutto come medicamenti. E da poco i magazzini sono visitabili.

Mi piace pensare che, quasi duemila anni prima degli integratori, nel cuore di Roma esistesse già un luogo dedicato a custodire sostanze vegetali preziose per la salute.

Le domande dello speziale

Oggi, quando parliamo di una pianta medicinale, ci concentriamo soprattutto sul principio attivo, sulla titolazione e sul dosaggio. Lo speziale si poneva un problema molto più ampio. Doveva scegliere quale parte della pianta usare, se fresca o essiccata, quanto triturarla, se estrarla in acqua, vino, aceto, miele, alcol oppure olio, quanto concentrarla e in che forma darla a chi ne aveva bisogno.

In pratica faceva quella che oggi chiameremmo tecnologia farmaceutica. E la forma del preparato non era un dettaglio, era parte del medicamento stesso.

Santa Maria della Scala, la farmacia dei Papi

Il posto più bello per toccare con mano tutto questo è a Trastevere, ed è l’Antica Spezieria di Santa Maria della Scala. Nacque dentro il convento dei Carmelitani Scalzi per curare i frati, e intorno al 1700 venne aperta al pubblico. Le piante si coltivavano nell’orto dei semplici del convento, e la sua fama crebbe al punto che divenne nota come la “farmacia dei Papi”.

Ancora oggi si possono vedere gli scaffali di legno, i vasi, i mortai, gli alambicchi, le bilance e perfino la pilloliera, la macchina con cui si producevano le pillole. Nel Settecento, grazie a Fra Basilio della Concezione, divenne anche una scuola di botanica e farmaceutica aperta a religiosi e laici, dove si insegnavano le proprietà delle piante, si compilavano erbari e si catalogavano i medicamenti. Farmacia, laboratorio e scuola, tutto nello stesso posto.

Una medicina da mangiare

Una delle preparazioni più tipiche della farmacia antica era l’elettuario. Le polveri delle piante venivano impastate nel miele o in uno sciroppo fino a ottenere una pasta da prendere a cucchiaini. Il motivo era molto concreto: tante droghe vegetali erano amarissime, resinose o semplicemente impossibili da mandar giù in polvere.

E qui c’è una cosa che oggi tendiamo a dimenticare. Il miele e lo zucchero non servivano solo a rendere il rimedio più gradevole. Davano consistenza, tenevano insieme le polveri e aiutavano a conservare il preparato, diventando loro stessi il veicolo della cura. Per questo li ritroviamo continuamente nelle antiche farmacopee.

Lo stesso vale per gli sciroppi, preparati partendo da succhi, infusi o decotti con molto zucchero, che ad alte concentrazioni li conservava. Accanto a loro c’erano i giulebbi, preparazioni liquide dolcificate di cui oggi abbiamo perso anche il nome. E poi c’era il rob, forse il più curioso di tutti: succhi vegetali fatti evaporare fino a diventare densi. Togliendo acqua si concentrava il preparato e lo si conservava più a lungo. Oggi usiamo tecnologie molto più precise, ma la domanda di fondo è la stessa: come concentro quello che mi interessa della pianta?

Le pillole esistevano già

Anche le dosi singole non sono un’invenzione moderna. Le pillole si facevano impastando le polveri medicinali con sostanze che formassero una massa lavorabile, poi modellata e divisa in piccole porzioni. Allo stesso modo nascevano i trochisci, piccole forme solide che possiamo considerare lontane antenate delle pastiglie. Certo, la precisione era lontanissima da quella di oggi, ma l’idea era già lì: trasformare un rimedio in una dose facile da assumere.

Vino, aceto e olio

L’acqua non era l’unico mezzo per estrarre le piante. Esistevano vini medicinali, aceti medicati, oleoliti, preparazioni alcoliche, acque aromatiche e distillati. Senza conoscere la chimica, gli speziali avevano capito per esperienza una cosa che oggi sappiamo spiegare bene: le molecole delle piante non si sciolgono tutte nello stesso modo. Alcune passano facilmente in acqua, altre in alcol, altre ancora hanno bisogno di un grasso.

Per questo un infuso, una tintura e un oleolito della stessa pianta non sono tre versioni dello stesso prodotto. Contengono fitocomplessi diversi, ed è una cosa che ripetiamo spesso anche noi a chi ci chiede consiglio.

Quando la spezieria entra in ospedale

A pochi passi da San Pietro c’è il complesso di Santo Spirito in Sassia, uno dei più antichi ospedali d’Europa, fondato alla fine del XII secolo. Al suo interno c’era una spezieria dove le erbe venivano triturate e trasformate in medicamenti, e ancora oggi se ne conservano i vasi e i mortai. Nello stesso complesso si trova il Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria, con una farmacia antica ricostruita a grandezza naturale e un laboratorio alchimistico. È il momento in cui la preparazione delle piante esce dai conventi ed entra nelle grandi strutture sanitarie.

I monasteri però restarono a lungo protagonisti. Sempre a Trastevere, nel monastero benedettino di Santa Cecilia, una spezieria lavorò senza interruzioni dall’inizio del Seicento fino al 1936, preparando rimedi per le monache, per i pontefici e per la popolazione romana. Quell’anno Pio XI la fece trasferire in Vaticano, e dal 2023 la si può visitare nei Musei Vaticani, ricostruita con i suoi vasi e strumenti originali.

Due epoche nella stessa stanza

In via del Gambero c’è l’Antica Farmacia Reale, con documenti che risalgono al 1672. Conserva ancora il soffitto affrescato, gli scaffali di legno intarsiato, i mortai e i vasi che contenevano erbe, estratti e unguenti. Ma al suo interno lavora anche un moderno laboratorio galenico. Il vecchio mortaio dello speziale e la preparazione farmaceutica di oggi convivono nella stessa stanza, ed è forse l’immagine più bella per capire la strada che è stata fatta.

Cosa abbiamo guadagnato, e cosa rischiamo di perdere

Con la farmacia moderna abbiamo guadagnato moltissimo. Oggi abbiamo dosaggi precisi, estratti standardizzati e titolati, controlli sui contaminanti e una qualità che si ripete da un lotto all’altro. Una capsula di estratto secco titolato ci dice con precisione quanto di una certa sostanza stiamo assumendo, e per chi lavora seriamente con le piante è un progresso enorme.

Questo non significa che i preparati antichi fossero migliori. Spesso non lo erano, e alcuni contenevano ingredienti che oggi non avrebbe alcun senso usare. Quello che rischiamo di perdere è un’altra cosa: il ragionamento sulla preparazione. Con la capsula in mano è facilissimo fermarsi al nome della pianta, cardo mariano, echinacea, valeriana, e pensare di sapere già tutto. Invece un infuso, una tintura, una polvere e un estratto titolato della stessa specie possono essere prodotti completamente diversi per molecole estratte, concentrazione, stabilità e dosaggio.

La fitoterapia moderna non ha cancellato quello che c’era prima, ne è l’evoluzione. Il decotto è diventato estrazione controllata, i succhi concentrati sono diventati estratti, la pillola fatta a mano è diventata una capsula con una dose sempre uguale. Sono cambiati gli strumenti, ma le domande sono rimaste quelle che uno speziale romano si faceva secoli fa: cosa voglio ottenere da questa pianta, quale parte uso, con cosa la estraggo, quanto la concentro e in che forma la do.

La lezione delle antiche spezierie

Non dobbiamo tornare a preparare rob ed elettuari per dare valore alla farmacia antica. La lezione è un’altra, ed è la stessa che cerchiamo di trasmettere ogni giorno: una pianta medicinale non è mai solo il nome scritto in etichetta. Contano la parte usata, l’estrazione, la concentrazione e la forma in cui arriva a noi.

E camminando per Roma, tra Trastevere, Santo Spirito e le vecchie farmacie del centro, ci si accorge che la distanza tra il mortaio dello speziale e l’estratto titolato è molto più breve di quanto pensiamo.

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